Ci sono cantine che ti parlano subito di stile; Suavia, invece, ti parla di terra. Una terra scura, antica, che non è un fondale ma un protagonista: colline vulcaniche nel cuore della zona Classica del Soave, dove il paesaggio sembra fatto apposta per insegnarti che la mineralità non è una moda, ma una conseguenza. Non a caso, loro stessi dicono del Monte Carbonare che è “come avere un pezzo di terra nel bicchiere”: un’immagine semplice e potentissima, perché centra l’idea chiave della casa—appartenenza.
Una famiglia, un borgo, tre sorelle
Suavia è prima di tutto una storia familiare ambientata a Fittà, piccolo borgo agricolo incastonato sulle colline del Soave Classico. La famiglia Tessari coltiva qui da secoli; l’azienda, però, nasce nel 1982, quando Giovanni Tessari e Rosetta Buratto decidono di vinificare in proprio. Oggi la conduzione è nelle mani delle tre sorelle Meri, Valentina e Alessandra Tessari, che portano avanti il progetto restando fedeli al luogo in cui tutto è cominciato.
30 ettari “dentro” il Classico, e una scelta radicale: solo autoctoni
La loro mappa vitata è un elemento identitario: 30 ettari collocati al centro della zona Classica, su colline di altitudine elevata (fino a circa 340 m) e con microclima più fresco rispetto alla pianura, dove contano escursioni termiche e ore di sole.
Ma la scelta che definisce davvero Suavia è un’altra: in vigna coltivano solo Garganega e Trebbiano di Soave, le due varietà storiche del territorio. È una decisione che “stringe” il campo e, proprio per questo, alza l’asticella: se vuoi raccontare un luogo, non puoi barare con varietà più facili o più aromatiche.
Biologico, gravità e ricerca: la modernità che non fa rumore
La coerenza continua nel lavoro quotidiano. Suavia parla esplicitamente di viticoltura biologica e di certificazione ottenuta ufficialmente nel 2019, come strumento di garanzia di una gestione sana e sostenibile del vigneto e del paesaggio.
In cantina, l’idea è “non invasiva” e razionale: una struttura pensata per soli bianchi, disposta su livelli per sfruttare la gravità e ridurre movimentazioni dei mosti e dei vini.
E poi c’è la ricerca, che qui non è storytelling ma metodo: progetti agronomici, ampelografici e geologici, con un focus decisivo sul recupero e rivalutazione del Trebbiano di Soave, sviluppato in collaborazione con l’Università di Milano e il prof. Attilio Scienza—da cui nasce Massifitti e, soprattutto, un nuovo sguardo su un vitigno spesso frainteso.



I vini degustati: la firma di casa, tra verticalità e materia
Nella degustazione che ho fatto, accompagnato dalla gentilissima Alessandra Tessari, ,la cosa che resta più impressa non è “quanto” un vino profumi, ma come si muove: la capacità di essere nitido senza essere magro, e di tenere sempre accesa una scia salina che ti riporta alle rocce scure dei Lessini veronesi.
Il Soave Classico è l’ingresso più chiaro nel loro mondo: Garganega in purezza e una lettura luminosa, da frutto e fiore bianco, ma con quella traccia sapida che impedisce al sorso di diventare “semplicemente piacevole”. È un vino che mette d’accordo immediatezza e identità.
Con Monte Carbonare il tono cambia: qui l’accento va sulla matrice vulcanica—suoli profondi e nerissimi, basalti che ricordano il carbone già nel nome—e il profilo si fa più “minerale” e asciutto, con sensazioni fumé/sulfuree e un finale lungo, diritto, da vero bianco di collina.
Il capitolo Trebbiano di Soave è quello che racconta meglio la personalità di Suavia. Massifitti nasce come atto di recupero: un vitigno storico, quasi dimenticato, re-interpretato con ricerca e precisione. Nel bicchiere è un bianco verticale, con agrumi e spezie dolci su un sottofondo che sembra “marino” per tensione e salinità, più che per aromi letterali.
E poi c’è Opera Semplice, il gesto più “radicale” della degustazione: Metodo Classico dosaggio zero da Trebbiano di Soave, dichiaratamente sperimentale e prodotto solo nelle annate migliori. Qui la territorialità è davvero “senza filtri”: perlage fine, asciuttezza netta, richiami tostati e minerali e un allungo salino che chiude senza concessioni.
Infine Le Rive, che mostra un altro volto della Garganega: uva surmatura e lungo affinamento, per un bianco più ampio e avvolgente, con frutto giallo maturo, agrumi canditi e spezie dolci, ma sempre tenuto in riga da una persistenza sapida molto marcata.

Il progetto delle parcelle: tre matrici del vulcano, tre Soave diversi
La parte più didattica—e, per chi ama davvero il Soave, più emozionante—è il lavoro “per luoghi” portato alle estreme conseguenze: Fittà, Castellaro e Tremenalto. Suavia li presenta come piccole vinificazioni da selezione di Garganega proveniente da tre vigneti su terreni vulcanici di diversa matrice, capaci di generare vini “molto diversi fra loro”. È una dichiarazione importante: non è la mano a cambiare, è il suolo a parlare.
È anche un modo elegante di spostare il discorso dal concetto (troppo generico) di “mineralità” a una lettura concreta: la mineralità non è un aroma, è una conseguenza di matrice geologica + microclima + vecchie vigne + scelte di cantina. E quando un’azienda decide di imbottigliare tre parcelle, sta dicendo al lettore una cosa precisa: “se vuoi capire questo territorio, devi accettare la complessità”.
