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Stellenbosch in estate: quattro cantine, quattro prospettive

Gennaio al Capo: quando la luce spiega il vino

C’è un momento, in estate australe, in cui Stellenbosch sembra quasi voler “chiarire” le idee a chi visita: le vigne sono vive, l’aria si muove, il sole è netto e, soprattutto, i contrasti diventano comprensibili. Nel giro di pochi chilometri passi da pendii più alti e ventilati a zone dove la vicinanza all’oceano (o il suo respiro serale) cambia davvero il destino della maturazione.

A gennaio 2026 il nostro itinerario ruotava intorno a tre nomi che, per chi ama il vino sudafricano, sono più che tappe: sono coordinate. Thelema, Remhoogte, Meerlust. Tre cantine diverse per “gesto”, ma unite da un asse comune: la capacità di rendere riconoscibile il luogo. E poi, a sorpresa, una quarta visita fuori programma, nata come spesso nascono le deviazioni migliori: un Chenin Blanc di Koelenhof assaggiato al ristorante, talmente convincente da farci dire “ok, domani si passa di lì”.

Quello che segue è un racconto di viaggio, ma anche una piccola mappa di stile: perché, in queste quattro tappe, la cosa più bella è che il Sudafrica non “imita” nessuno. Parla una lingua internazionale, certo; però la pronuncia è tutta sua.

Thelema: la montagna, la precisione, e una degustazione “doppia” che ha senso

Thelema è già una dichiarazione geologica: vigneti sul Simonsberg, un paesaggio che ti mette subito in prospettiva. L’azienda si presenta in modo molto chiaro come realtà family owned and managed, e soprattutto come casa non solo dei vini Thelema, ma anche della linea Sutherland.

Qui abbiamo fatto una degustazione che mi è sembrata, onestamente, una delle formule più intelligenti per “capire” in fretta un territorio complesso: non solo Thelema, ma anche i vini di Sutherland, che viene dall’Elgin Valley, più fresca e oceanica, con vigneti dichiarati a circa 9 km dall’Atlantico e a 140–250 m di altitudine. È un modo concreto di mettere a confronto, nello stesso momento, due respiri climatici diversi: la montagna di Stellenbosch e il registro più fresco di Elgin.

La loro storia ha un dettaglio che, per il mio lavoro, mi ha fatto sorridere per affinità elettiva: Gyles Webb lasciò la carriera di contabile a Durban per diventare winemaker, e nel 1983 acquistò Thelema con l’aiuto della famiglia McLean. La prima uscita con etichetta Thelema arriva nel 1988 e, negli anni Novanta, i vini diventano così richiesti da esaurirsi in breve tempo dopo il rilascio.

Ma la cosa più “da blog” (nel senso buono) è il legame culturale del nome: Thelema richiama l’abbazia utopica immaginata da François Rabelais, e la cantina sottolinea esplicitamente quanto lo scrittore fosse legato al vino, al punto da ispirare anche il nome del loro flagship. È un dettaglio che mette insieme Francia, letteratura e Capo: un ponte narrativo potente, soprattutto se ami raccontare il vino come oggetto culturale e non solo tecnico.

E se proprio devo dire quale vino mi è rimasto più addosso, la risposta è immediata: è proprio il Rabelais. un vino-punto-focale, costruito attorno alle migliori parcelle e alle varietà bordolesi dell’azienda. Nel bicchiere, quello che mi ha colpito non è stata la muscolatura (che pure c’è, in senso “strutturale”), ma l’idea di linea: frutto scuro preciso, la sensazione “grafite/cedro” tipica di certi Cabernet ben interpretati, e quel registro erbaceo fine (non verde, piuttosto balsamico) che dà tridimensionalità. È un vino che ti invita a tornare sopra il calice, non a chiuderlo con una nota sola. E quando un rosso importante fa questo, significa che sta lavorando con equilibrio, non con volume.

Remhoogte: famiglia, pendenza e un’idea “minimalista” di cantina

Se Thelema è “la montagna come panorama”, Remhoogte è “la montagna come gesto”: qui la narrazione insiste su pendii, suoli antichi e venti freddi, e lo fa in modo diretto.

È una family winery gestita dai fratelli Chris e Rob con il padre Murray Boustred. La collocazione è ai piedi del Simonsberg, e la loro descrizione mette insieme tre elementi: suoli antichi, steep slopes (pendenze) e venti provenienti dal freddo Atlantico.

Quello che mi interessa, da appassionato, è però la parte filosofica: Remhoogte dichiara un approccio minimalista in vigna e in cantina. Tradotto in pratica, nella loro comunicazione significa: lasciare che siano i vigneti a esprimersi, intervenire il meno possibile, arrivare in bottiglia con “pochi” gesti e con una logica più agricola che “industriale”; citano anche l’uso di lieviti indigeni/naturali, una selezione manuale delle uve, e l’aggiunta di solo una piccola quantità di SO₂ prima dell’imbottigliamento.

L’apice della degustazoine è stato il Boustred: il vino che, per presenza e “centralità”, si impone come punta della gamma. A me ha dato la sensazione tipica dei rossi che non vogliono solo piacere subito, ma anche tenere: frutto scuro, trama tannica fitta ma ordinata, e una progressione gustativa che non si spegne a metà sorso.

Meerlust: la classicità del Capo, a un soffio da False Bay

Meerlust è la cantina che ti ricorda che il Sudafrica del vino non è “nuovo”: è stratificato. La proprietà è legata alla famiglia Myburgh dal 1756, e oggi è guidata da Hannes Myburgh, ottava generazione.

La descrizione del luogo è già un micro-manifesto: Meerlust si trova circa 15 km a sud di Stellenbosch, con False Bay a circa 5 km, e d’estate arrivano brezze e nebbie serali che rinfrescano i vigneti, rallentando la maturazione e favorendo la costruzione di aromi varietali più completi.
Anche i suoli qui sono nominati in modo preciso: prevalentemente Hutton e Clovelly, profondi e ben drenati, con buona resistenza alla siccità e un substrato adatto a vini concentrati e complessi.

Meerlust è anche un caso esemplare di come si costruisce un “luogo-icona”: manor house storica, cantina classica, e un immaginario coerente che parla di continuità, senza bisogno di effetti speciali.

E in Meerlust il riferimento ha un nome: Rubicon.

Rubicon: il primo “Bordeaux blend” del Sudafrica

Rubicon è, storicamente, un passaggio chiave: blend commercializzato a partire dal 1980, nato con l’idea precisa di creare un taglio in stile bordolese (Cabernet Sauvignon, Merlot, Cabernet Franc nel cuore della ricetta storica). Heidi, che ci ha guidato nella degustazione, ce lo ha raccontato come il primo Bordeaux blend del Sudafrica, e questa definizione, al di là dell’etichetta, rende bene il suo peso simbolico: è un vino che ha contribuito a fissare uno standard per i rossi “classici” del Capo; una linea che, una volta varcata, non ha più consentito di tornare indietro.

Nel bicchiere, ciò che lascia il segno è stato per me è la combinazione di autorevolezza e slancio: non un rosso “pesante”, ma un rosso che sta dritto. Ti dà profondità senza appoggiarsi sulla dolcezza del frutto o sull’eccesso di legno; ti dà un finale che invita a ragionare, non solo ad applaudire. Fra tutti i blend bordolesi assaggiati finora, il più “francese”, quello in cui il legno ha trattato con maggior rispetto e discrezione il vino. Il passaggio del tempo non fa che migliorarlo, e l’assaggio dell’annata 2015 – purtroppo non in vendita – ce lo ha confermato.

Koelenhof: la deviazione migliore, nata da un Chenin Blanc al ristorante

Koelenhof non era in programma. È entrata nel viaggio nel modo più convincente possibile: per curiosità guadagnata sul campo.

Avevamo assaggiato il loro Chenin Blanc al ristorante del golf club dove alloggiavamo e ci era parso talmente centrato da far scattare l’idea: “se questo è il livello del bianco ‘da carta’, voglio vedere la cantina”. Koelenhof è una realtà storica, nata come cantina di produttori, fondata nel 1941.

Chenin Blanc: perché ci ha convinti

Il Chenin è una lente perfetta per il Sudafrica: può essere semplice e gioioso, oppure serio e articolato. Di Koelenhof – che lo definisce busch wine, per l’allevamento ad alberello delle viti – mi è piaciuto il fatto che fosse pulito, nitido, con frutto leggibile e una chiusura fresca di frutto a polpa gialla, agrume, finale tropicale ma non stucchevole. Assaporato nuovamente in cantina, ha confermato senza esitazioni l’ottima opinione del primo assaggio.

Pinotage e The Legacy: quando la visita conferma l’intuizione

In cantina, poi, due rossi ci hanno dato quella soddisfazione rara: l’idea di aver “trovato” una tappa, più che averla semplicemente fatta.

Il Pinotage si è rivelato molto convincente: un’interpretazione piena, con frutto rosso scuro e quella vena speziata/golosa che il vitigno sa dare quando è ben domato. Anche qui, registri di ciliegia e note più scure e tostate di cioccolato e caramello.

E poi The Legacy: già il nome, nel contesto sudafricano, non è scelto a caso. È un vino dichiaratamente costruito come blend bordolese di cinque varietà (Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot, Malbec, Cabernet Franc), con ambizione “classica” e una tessitura più profonda. Se Rubicon era la pietra miliare storica, The Legacy è il promemoria che la grammatica bordolese, qui, continua a essere parlata con personalità.

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