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Ottella, Lugana con stile

Ci sono cantine che ti conquistano con il panorama, altre con la profondità dei vini. Ottella riesce a fare entrambe le cose, aggiungendoci un terzo elemento che, dal vivo, pesa moltissimo: l’idea di “progetto”. Non solo vigneti e cantina, ma un luogo pensato per accogliere e raccontare, in modo contemporaneo, un territorio che molti considerano “semplice” solo perché nasce attorno a un grande lago.

Dove siamo: il cuore del Lugana, tra terra e acqua

Ottella è a San Benedetto di Lugana, Peschiera del Garda (VR), in Località Boschetti.
Qui, nel paesaggio che fa da cerniera fra Brescia e Verona, il Lago di Garda non è una cartolina: è un regolatore termico. Smussa gli eccessi, allunga le maturazioni, protegge le acidità. La Turbiana (Trebbiano di Lugana) – quando ben interpretata – ne esce con quella “doppia anima” che ho ritrovato anche in degustazione: frutto e florealità da una parte, sale e tensione dall’altra.

Una storia di famiglia (e un nome che è già racconto)

Ottella è guidata dalla famiglia Montresor: oggi i riferimenti sono Francesco e Michele Montresor, con una storia familiare che attraversa generazioni.
Mi ha sempre divertito (e convinto) quando un nome non è soltanto un marchio: secondo un racconto leggendario ottocentesco, “Ottella” richiamerebbe la storia di una donna che partorì otto bambini; e lo storico logo rimanda proprio a quell’episodio.

La cantina: design, accoglienza e un’atmosfera da “galleria”

La visita di giugno 2025 mi ha lasciato impressa anche per l’ambiente: una sala accoglienza ampia, essenziale, quasi “metropolitana”, con un banco scenografico e luci che sembrano sospese. È uno spazio che comunica un messaggio chiaro: qui il vino è cultura materiale, ma anche estetica. E, nel caso di Ottella, questa coerenza estetica la ritrovi poi nelle bottiglie, nelle etichette e nello stile complessivo della gamma.


I vini assaggiati: quattro modi di dire “Lugana”

Nelle foto compaiono quattro etichette che, messe in fila, funzionano benissimo come mappa: dal Lugana “classico” alla selezione più ambiziosa, fino a un’interpretazione che gioca con la materia e con il tempo.

1) Lugana DOC – Ottella

È il vino che fa da biglietto da visita: quello che deve essere immediato senza essere banale. Dal punto di vista tecnico, si tratta di un protocollo molto pulito: pressatura soffice (in buona parte a grappolo intero), sedimentazione naturale, fermentazione lenta a temperatura controllata (14–18 °C) e affinamento sulle fecce fini (indicativamente alcuni mesi).
Nel calice, l’idea è chiarissima: luminosità, frutto bianco e agrume non gridato, e soprattutto quella firma del Lugana ben fatto, cioè una scia minerale/sapida che non è un “aroma”, ma una sensazione tattile, quasi salina.

Un Lugana che non cerca effetti speciali; lavora invece su definizione e precisione, perfetto per far capire a chi si avvicina alla denominazione perché la Turbiana – su queste argille e con l’influsso del lago – sappia essere così riconoscibile.

2) Lugana DOC “Le Creete” – Ottella

Qui il discorso si fa più “centrato” sulla costruzione della complessità. Il metodo è molto rigoroso: ancora sedimentazione naturale, fermentazione lenta a temperatura controllata (14–18 °C) e un passaggio importante: affinamento 6–8 mesi sulle fecce fini.
Questa permanenza sulle fecce, quando è gestita bene, è spesso ciò che trasforma la Turbiana da “bianco agile” a bianco più stratificato, con più volume e una trama gustativa più continua.

Nel bicchiere me lo aspetto (e lo riconosco, in linea di principio) più profondo del base: meno slancio immediato, più materia, più “centro bocca”. È il classico passo che molti appassionati cercano nel Lugana quando vogliono uscire dall’aperitivo e entrare nella tavola: carni bianche, pesce più strutturato, primi con burro e agrumi, persino certi risotti dove la sapidità del vino fa da contrappeso.

3) Lugana Riserva “Molceo” – Ottella

Molceo è, nella gamma, la dichiarazione d’intenti sulla longevità: vendemmia manuale, poi una scelta di vinificazione “a due vie”: 20% in barrique per 18 mesi, 80% in acciaio e cemento, quindi assemblaggio e ulteriore affinamento in bottiglia.
È un’impostazione che, tecnicamente, mira a due cose: preservare l’identità del vitigno (parte grande in acciaio/cemento) e aggiungere profondità e micro-ossigenazione (quota in legno, lunga).

Sul profilo sensoriale, emergono note floreali (camomilla, fiori bianchi) e una progressione verso agrumi e mineralità, con un palato ricco e bilanciato.

La chiave, per me, è qui: Molceo non “traveste” il Lugana da bianco internazionale, ma prova a dimostrare che la Turbiana può reggere un progetto ambizioso senza perdere la propria impronta. È la bottiglia che metterei via volentieri per rivederla dopo qualche anno: quando le componenti (frutto, legno, sale, idrocarburo leggero se deve arrivare) iniziano a fondersi e a raccontare il tempo.

4) “Back to Silence” – Ottella

Già il nome è un programma: togliere rumore, lasciare parlare il vino. Si tratta di un Turbiana in purezza, da piccole parcelle in zone vocate della denominazione (San Benedetto, Sirmione, Pozzolengo, Desenzano).
È una scelta interessante perché, dentro una denominazione molto “chiara” e riconoscibile, Ottella propone qui un’idea più personale, più narrativa: un Lugana che non punta solo alla tipicità “didattica”, ma a una lettura più intima, da ascoltare appunto in silenzio.

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