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Col d’OrciaCol d’Orcia: una giornata di sole tra Val d’Orcia, cantina e verticali

Il 29 novembre, con il gruppo dei panelist della guida Vitae AIS Toscana, abbiamo visitato Col d’Orcia: una di quelle giornate in cui il racconto del vino coincide con la luce e con la geografia. Sole pieno, aria tersa, colline “in ordine” e quella calma tipica della Val d’Orcia quando l’autunno è già alle spalle ma l’inverno non ha ancora indurito i contorni. Ad accoglierci il conte Francesco Marone Cinzano: presenza sobria, concreta, che ti accompagna nel luogo senza mettercisi davanti.

Vigna: Sant’Angelo in Colle, il Sangiovese e (senza pregiudizi) il Cabernet

Col d’Orcia è Montalcino, ma con un’impronta leggibile: vigne che guardano la valle dell’Orcia e un’idea di stile che non cerca l’effetto, piuttosto la tenuta. Qui il Sangiovese si esprime con struttura e progressione, ma la tenuta ha anche una storia “laterale” che diventa chiave di lettura: Olmaia, Cabernet Sauvignon, piantato sulle colline di Montalcino per intuizione e visione già agli inizi degli anni ’80. (È un vino dedicato proprio a quello slancio innovativo: lo dice chiaramente la narrazione ufficiale della casa.)

Cantina: tradizione che non alza la voce

La visita in cantina restituisce una sensazione precisa: ordine, coerenza, misura. I vini importanti non vengono “spinti”, vengono portati fino in fondo. Poggio al Vento, per esempio, non è un’etichetta “sempre”, ma un’uscita selettiva: viene prodotto solo nelle annate migliori e richiede un percorso di affinamento lungo e tradizionale, con ulteriore permanenza in bottiglia prima della messa in commercio.
È un modo di lavorare che si sente dopo, nel bicchiere: nel tannino, nella forma del sorso, nella capacità di attraversare gli anni senza perdere identità.

La degustazione: 13 vini e due verticali che mettono ordine nella memoria

Abbiamo degustato tredici vini della tenuta, ma tre assaggi hanno definito il perimetro della giornata: la verticale di Olmaia (2018, 2013, 2006), la verticale di Brunello di Montalcino Poggio al Vento Riserva (2015, 2008, 2006, 2001) e il Brunello di Montalcino Nastagio 2019.

Olmaia 2018 – Frutto scuro nitido (ribes, mora), cenni di alloro e grafite; in bocca è dritto, con tannino fitto ma ben disegnato e una chiusura asciutta, “mediterranea”, senza sovramaturazioni.

Olmaia 2013 – Più centrato e profondo: il frutto si fa meno brillante e più stratificato, entra una speziatura fine (pepe nero, cacao amaro), la trama si distende e il finale si allunga con passo regolare.

Olmaia 2006 – Il capitolo della trasformazione: tabacco biondo, legni nobili, cuoio pulito, liquirizia; la bocca non cede, si affina. Il tannino è integrato, l’energia resta, ma cambia timbro: meno “voce”, più sostanza.

Brunello di Montalcino Poggio al Vento Riserva 2015 – Ampiezza naturale: ciliegia matura e arancia sanguinella, accenni balsamici; in bocca pieno ma composto, con tannino presente (da riserva vera) e progressione continua.

Poggio al Vento Riserva 2008 – Più teso e verticale: frutto più croccante, note di erbe e china; al palato ha nerbo, acidità lineare e un tannino che scolpisce, senza indurire. È un vino che “cammina” più che esibire.

Poggio al Vento Riserva 2006 – Sintesi: profondità, equilibrio, e quella sensazione di struttura “architettonica” che non pesa mai. Sottobosco, tè nero, liquirizia, cenni ferrosi; finale lungo, pulito, con una scia sapida precisa.

Poggio al Vento Riserva 2001 – La maturità che parla piano: viole appassite, foglia secca, resine, spezie fini. In bocca il vino è setoso ma ancora saldo, con una complessità che non è somma di aromi, è qualità della trama.

Brunello di Montalcino Nastagio 2019 – Un Brunello di definizione: frutto nitido, sottile speziatura, progressione regolare. Tannino ben disegnato, finale asciutto e chiaro, più giocato sulla precisione che sull’imponenza.

Dialoghi in tenuta: cosa ci siamo portati a casa

Tre idee forti, raccolte tra vigna e cantina:

  1. La misura come firma. Qui il legno accompagna, non “firma”: la firma è la tessitura del tannino e la continuità del sorso.
  2. Le verticali come chiavi di lettura. Olmaia e Poggio al Vento, messi in fila, non servono a fare classifiche: servono a capire stile e tenuta nel tempo.
  3. Identità senza travestimenti. Annate diverse, risultati diversi, ma una grammatica costante: frutto leggibile, struttura proporzionata, finali puliti.

Perché metterla in agenda

Perché Col d’Orcia unisce paesaggio, rigore e una rara capacità di “tenere la forma” nel tempo. Le verticali assaggiate il 29 novembre hanno fatto esattamente quello che dovrebbero fare le grandi degustazioni: non stupire, ma chiarire. E quando la chiarezza arriva insieme alla bellezza di un luogo, te la porti via più a lungo.

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