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Coffele: il Soave Classico di Castelcerino, tra cru e identità di collina

Coffele è una di quelle aziende che fa capire subito una cosa: nel Soave la parola “Classico” non è un’etichetta, è una geografia. E loro questa geografia la raccontano senza scorciatoie, lavorando da decenni sulle colline di Castelcerino, nella zona storica del Soave, con un’impostazione che mette insieme tradizione familiare, precisione agronomica e un’idea molto chiara di identità.

La storia moderna parte nel 1971, quando Giuseppe e Giovanna iniziano a vinificare in proprio, ma le radici sono più antiche: la famiglia Visco (ramo storico legato alla proprietà) produceva “Bianco Soave” con uve proprie già a metà Ottocento, come documentato da analisi chimiche pubblicate nel 1874. È un dettaglio che non serve a fare folklore: serve a spiegare perché, qui, il Soave venga trattato come un patrimonio “di casa”, da ricostruire e affinare nel tempo.

Un altro punto fermo è il biologico, che in un territorio così intensamente vitato ha un peso specifico enorme. Coffele rivendica di essere stata la prima realtà del Soave Classico a poter inserire ufficialmente in etichetta la qualifica “biologico” con l’Eurofoglia: una presa di posizione netta, non cosmetica, coerente con l’idea di lavorare su colline e suoli delicati senza forzature.

La degustazione: un “percorso Soave” più che una sfilata di vini

Nella foto dei vini che ho degustato ho scelto di restare sul Soave (anche se la gamma Coffele va ben oltre), proprio perché qui si vede la cifra dell’azienda: la capacità di passare dal Soave più immediato alle letture più “di luogo”, fino alla tradizione dolce del Recioto, senza perdere coerenza.

Con Castel Cerino, Soave Classico, il discorso è volutamente “trasparente”: vigne in collina a Castelcerino, altitudini dichiarate tra 150 e 450 m s.l.m., e un profilo che punta su fiori bianchi, mela verde e una traccia erbacea (salvia) che richiama l’aria di collina. È il vino che mette a fuoco il timbro: freschezza, nitidezza, finale pulito.

Poi arriva Ca’ Visco, che è già un passo dentro la logica delle selezioni. Coffele racconta che per scegliere questo cru hanno impiegato vent’anni, e che nasce dalla combinazione di Garganega e Trebbiano di Soave, affinando esclusivamente in acciaio: una scelta apparentemente “semplice” ma, in realtà, molto ambiziosa, perché rinuncia a qualsiasi scorciatoia aromatica e lascia che siano acidità e suolo a dettare il ritmo. Il vino, nelle loro parole, seduce con una morbidezza iniziale ma poi “riparte” in slancio, con un’acidità felina e una sorprendente capacità di evoluzione.

Alzari si colloca nello stesso linguaggio: Soave Classico che vuole essere una lettura più concentrata e profonda del territorio, senza perdere la linea. Anche quando non entriamo nei tecnicismi di vinificazione, quello che emerge è l’idea di una collina che cambia voce a pochi metri di distanza: esposizioni, tessiture del suolo, ventilazioni. È esattamente il motivo per cui Coffele insiste sui cru: non per “fare collezione di etichette”, ma per dire che il Soave Classico non è un monolite.

E poi c’è Le Sponde, Recioto di Soave Classico: qui la tradizione del territorio si mostra nel modo più netto, perché si entra nel mondo dell’appassimento. Coffele lo descrive come proveniente dai vigneti collinari di Castelcerino (200–450 m), con un bouquet che è un piccolo atlante di frutta passita e agrumi canditi: cachi, albicocche, fichi secchi, papaia, caramello, uva Garganega passita in primo piano. È la dimostrazione che anche la dolcezza, in queste colline, può rimanere “tesa”, giocando su intensità e persistenza più che su morbidezze facili.

Infine, la bottiglia più “sorridente” della foto: Le Bolle del Prof. Il nome è già un indizio del tono, ma la sostanza è seria: viene indicato come metodo champenois / metodo classico da Garganega 100% (nell’esempio del millesimo 2015), quindi una bollicina che, anche qui, nasce dall’identità del Soave più che da un vitigno neutro “da spumante”.

Un’idea chiara: nel Soave conta “dove”, prima ancora di “come”

Quello che mi porto via da Coffele, limitandomi volutamente al Soave, è un messaggio molto preciso: il Soave non è un bianco generico del Veneto, è un territorio fatto di colline, altitudini e suoli che cambiano davvero il passo del vino. E quando un’azienda sceglie di raccontarlo attraverso etichette che portano nomi di luoghi (Castel Cerino, Ca’ Visco, Alzari), sta facendo una scelta culturale prima ancora che commerciale: spostare l’attenzione dall’“interpretazione” alla provenienza.

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