Sui Monti Lessini il vino non nasce mai “morbido”. Nasce teso, tagliente, spesso austero: il paesaggio vulcanico – tufo e basalto – e le escursioni termiche chiedono rigore e restituiscono verticalità. In questo scenario Casa Cecchin è una realtà che ha scelto una strada precisa: essere custode della Durella, vitigno tenace e spigoloso, trasformandolo in una piccola grammatica di stile che va dal fermo più essenziale al Metodo Classico di lungo affinamento.
Un’idea nata da un ingegnere (e da un vitigno difficile)
La storia di Casa Cecchin ha un dettaglio che spiega molto del carattere dei vini: comincia nel 1973, quando Renato Cecchin, ingegnere con passione per la viticoltura, acquista un terreno in contrada Agugliana e pianta Durella in un momento in cui quest’uva rischiava di essere abbandonata perché dava vini considerati “acerbi”.
Due anni dopo scava letteralmente la cantina tra le rocce nere di basalto, con l’idea di costruire un unico appezzamento dominato dalla Durella (e, in parte, Garganega), circondato da ulivi e piante da frutto: una visione agricola prima ancora che commerciale.
E poi c’è l’intuizione che, qui, ha senso più che altrove: se la Durella è dura e verticale, perché non farne anche una grande base da spumante? Casa Cecchin lavora sul Metodo Classico con tempi seri, e in cantina racconta persino una soluzione tecnica nata “in casa”: l’Esagono Cecchin, sistema brevettato per facilitare il remuage, citato anche nelle esperienze di visita.



La degustazione: quattro etichette, un solo filo conduttore
Nella foto che ho scattato durante la piacevolissima conversazione con Roberta Cecchin, ci sono quattro bottiglie che, messe in sequenza, sembrano costruite apposta per spiegare Casa Cecchin: Pietralava, Mandégolo, Nostrum e Riserva dell’Ingegnere 2018. Tutte ruotano attorno alla Durella, declinata con scelte diverse di vinificazione e – soprattutto – di tempo.


Pietralava
È il vino che parla più direttamente del territorio: la Durella in versione ferma, senza l’effetto “abbraccio” delle bollicine a ingentilire la trama. Qui l’identità si gioca su tre parole: sale, pietra, energia. Non è un bianco che cerca la rotondità: cerca la precisione.
Il nome stesso suggerisce la sensazione che lascia al sorso: quella scia quasi tattile, minerale, che sembra provenire dalla roccia più che dal frutto. È il tipo di vino che funziona benissimo quando lo metti a confronto con un cibo “grasso” o saporito: perché non lo accompagna, lo riordina.
Mandégolo – “sui lieviti”
Qui cambia il registro: Mandégolo è un Durello frizzante sur lie, di beva immediata ma non banale. Durella 100%, il vigneto impiantato nel 2018, suolo collinare di origine vulcanica, altitudine 250 m s.l.m., vendemmia manuale a inizio settembre.
Il vino “sui lieviti” ha quel fascino ruvido e conviviale: l’anima contadina della rifermentazione e, insieme, un profilo che qui resta sempre coerente con la Durella: freschezza viva e una nota salina che ritorna.
Se Pietralava è la versione più “nuda” del vitigno, Mandégolo è la sua faccia più gioiosa: un vino che chiama tavola, pane, salumi, formaggi giovani, e che – proprio grazie al fondo e ai lieviti – acquista una piccola complessità tutta giocata sulla materia.
Nostrum – Monti Lessini Durello Extra Brut
Con Nostrum entriamo nel cuore del progetto spumantistico di Casa Cecchin. Anche qui Durella 100%, ma con una base agricola di grande personalità: le uve provengono da un vigneto del 1976 allevato a tendone e, soprattutto, di una propagazione “per talea” da una vecchia varietà trovata ad Agugliana. Il suolo è dichiaratamente vulcanico con tufo e basalto (sempre a circa 250 m s.l.m.), vendemmia manuale e selezione in vigna.
Sul fronte dei tempi, Casa Cecchin presenta Nostrum come Metodo Classico dei Monti Lessini con 36 mesi sui lieviti.
Nel bicchiere questo si traduce, tipicamente, in una bollicina che non cerca la fragranza “da aperitivo” fine a se stessa: cerca profondità. La Durella, quando la lasci lavorare per anni sui lieviti, tira fuori un repertorio che non è mai dolce: agrumi più verdi che maturi, sfumature tostate misurate, un soffio sulfureo/minerale che qui, nel territorio vulcanico, sembra perfino inevitabile. È un Extra Brut che, più che “stappare”, invita a masticare il sorso.
Riserva dell’Ingegnere 2018
Il vertice della degustazione, almeno per ambizione e messaggio, è la Riserva dell’Ingegnere, dedicata a Renato Cecchin. Si tratta di un Metodo Classico realizzato solo nelle annate migliori, con 60 mesi sui lieviti (cinque anni o più) per ottenere impatto olfattivo e complessità.
L’annata 2018 in etichetta sottolinea la vocazione all’attesa: qui il tempo non è un dettaglio, è l’ingrediente principale. Anche Winenews, parlando della Riserva dell’Ingegnere, ribadisce l’impostazione: 100% Durella, lunga sosta sui lieviti e profilo complesso con richiami a burro, lievito e pasticceria, su un perlage finissimo.
È la bottiglia che dimostra il punto chiave: la Durella non è soltanto “vitigno difficile”. È un vitigno che regge. Regge gli anni, regge l’autolisi, regge la struttura. E, quando tutto è ben calibrato, restituisce una riserva che non vive di potenza ma di definizione: complessità senza perdere l’ossatura, eleganza senza perdere la spina dorsale.