L’azienda: una storia di famiglia, radicata nella collina vulcanica
Ca’ Rugate è, prima di tutto, una storia lunga più di cent’anni che coincide con il cammino di quattro generazioni della famiglia Tessari. Il cuore simbolico è la collina delle Rugate, terra scura e vulcanica attorno a Brognoligo, da cui l’azienda dichiara di aver tratto identità e direzione: innovare sì, ma sempre come reinterpretazione delle tradizioni e come investimento sui vigneti più vocati.
La sede è oggi a Montecchia di Crosara (VR), punto strategico per chi lavora su più “Veneti del vino”: Soave e Lessini da una parte, Valpolicella dall’altra. All’interno della grande struttura, anche un delizioso museo delle tradizioni e degli strumenti della viticoltura d’un tempo: torchi, presse, carretti e tanti altri oggetti dei quali sarebbe un delitto perdere la memoria e che l’azienda ha faticosamente collezionato nel corso dei decenni.



La degustazione: una panoramica che attraversa tre mondi veronesi
Nella foto dei vini degustati si capisce bene l’ambizione di Ca’ Rugate: non presentare una sola denominazione, ma un mosaico coerente.
1) Soave Classico: la collina come firma
Il Soave, qui, non è mai “generico”: è un bianco di collina, spesso più strutturato di quanto ci si aspetti, con sapidità e tensione che la matrice vulcanica rende riconoscibili.
- San Michele (Soave Classico DOC): l’ingresso più lineare e floreale, con la Garganega in purezza come biglietto da visita.
- Monte Fiorentine (Soave Classico DOC): un passo in più sul tema della struttura; la scheda aziendale parla di 90% Garganega e 10% Trebbiano di Soave, con profilo fine su agrumi e frutta esotica, e una vocazione a esprimersi meglio dopo un po’ di bottiglia.
- Monte Alto (Soave Classico DOC): Garganega 100%, più ricco e “profondo”, impostato su intensità e persistenza e pensato per una traiettoria evolutiva più lunga.
Accanto a questi, in degustazione c’era Bucciato (Soave Classico Superiore DOCG): una lettura ancora più ambiziosa, 100% Garganega, dove la casa cerca complessità e armonia senza perdere la freschezza finale; è la bottiglia che fa capire come Ca’ Rugate interpreti la “categoria Superiore” non come muscolo, ma come definizione.
Poi c’è Studio: già dal nome dichiara un’idea di sperimentazione controllata. Il simpaticissimo ragazzo che mi ha accompagnato nella degustazione lo descrive come un vino “in divenire”, con un mélange variabile (Trebbiano di Soave e Garganega) e una parte affinata in legno grande; non un esercizio di stile, ma un modo per esplorare strade nuove restando ancorati alle uve del territorio.
2) Lessini Durello: la bollicina come identità
In apertura, Amedeo Pas Dosé: Ca’ Rugate lo propone come Metodo Classico da Durella, quindi con quella vena acida naturale che nei Lessini diventa spina dorsale del sorso e rende il vino più “gastronomico” che celebrativo.
3) Valpolicella: appassimento e profondità
Sul versante rosso, la degustazione arriva al punto più intenso con Cima Caponiera (Amarone della Valpolicella Classico Riserva DOCG): il progetto con cui Ca’ Rugate dichiara apertamente di volersi misurare con la zona classica, e con una vigna che l’azienda colloca in quota importante (circa 600 m s.l.m.).
Accanto, una scelta sorprendente e molto contemporanea: Vermouth di Amarone della Valpolicella, dove la base è dichiaratamente Amarone DOCG (80%) con zucchero, alcol e infusioni di erbe e spezie. È un modo intelligente di “portare fuori” l’Amarone dal solo rito del fine pasto e trasformarlo in ingrediente da mixology, senza snaturarne la matrice.
4) Il dolce: la memoria lunga del passito
Chiude la foto (e idealmente la visita) Corte Durlo, presentato dall’azienda come Veneto Bianco Passito IGT da Garganega 100%, con profilo ambrato e toni di uva passa, frutta candita, tabacco e cenni minerali: un vino che, più che “dolce”, è costruito sull’equilibrio tra densità e acidità. In degustazione compaiono anche annate lontane, proprio per mostrare quanto la tipologia sappia reggere il tempo.
